Stampa
Visite: 3761
  1. 1.    Premessa

Il MEIC, avviando il progetto Concilio, non ha inteso semplicemente celebrare quel lontano evento ecclesiale, e neppure solo rileggerne i documenti, ma guardare più in profondità, per coglierne i significati  essenziali, verificarne lo stato di attuazione, riprendere i cammini interrotti, renderlo vivo dentro un tempo radicalmente mutato.

Siamo convinti che il Concilio non si sia concluso nel 1965, quando pastori delle Chiese di tutti i paesi avevano avuto il coraggio di spalancare una finestra verso il mondo esterno per stabilire con esso un dialogo fraterno e amorevole. Affinché quella finestra rimanga aperta anche oggi, a noi è chiesto di continuare a tessere il rapporto con le donne e gli uomini del nostro tempo.

 

Il Concilio ha fornito le basi e le strutture portanti di una casa che tocca a noi, cristiani di oggi, progettare e costruire.

E’ con questo spirito che il MEIC, nelle sue varie articolazioni,  da oltre un anno sta attivando iniziative di riflessione e di studio sul Concilio: per approfondirne l’insegnamento, per comprendere quali siano oggi le domande che ci provengono da questa umanità, quali nuove vie possono essere intraprese con coraggio e speranza, quali forme deve avere la nostra Chiesa per ridivenire “madre e maestra” nella fedeltà al Vangelo.

In quanto “movimento ecclesiale di impegno culturale”, il MEIC intende continuare a offrire il suo specifico contributo nel mondo della cultura, ricordando ciò che scriveva Paolo VI: «La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture» (E.N. 20).

Siamo consapevoli che gli anni in cui viviamo siano segnati da un diffuso pessimismo e da una scarsa propensione a guardare lontano (diversamente dagli anni dell’immediato post Concilio); ma proprio per questo il MEIC sceglie di impegnarsi per il prossimo triennio, come singoli e  come gruppi, a pensare al futuro, della Chiesa e della città in cui abitiamo. Lo facciamo proseguendo l’esperienza che alcuni anni fa ci ha portato a realizzare il progetto Camaldoli.

E siamo lieti che questo percorso si compia in un momento di vita della Chiesa, segnato da grandi trasformazioni: a cominciare dal gesto coraggioso di Benedetto XVI che, nella sua rinuncia, con umiltà e consapevolezza, ha scelto di servire la Chiesa non più nel governo ma nella preghiera, e poi con il magistero di Francesco, le cui parole e scelte profondamente evangeliche sollecitano ogni credente, ogni comunità, ogni aggregazione ad approfondire il senso del messaggio cristiano, vissuto prima ancora che annunciato.

Abbiamo organizzato questo documento intorno a cinque grandi temi: il ritorno alla centralità della Parola, il rinnovamento della nostra comunità umana, il rinnovamento della Chiesa, il rinnovamento del dialogo ecumenico e interreligioso, il rinnovamento della nostra associazione.


 

  1. Ritornare ALLA CENTRALITA’ della parola

Tutta la Chiesa, popolo di Dio, è sottomessa alla Parola (DV 1 e 21), quella scritta e quella tramandata nella tradizione vitale. Attraverso la sua Parola, Dio si intrattiene con gli uominicome con amici, per invitarli alla comunione con sé e far conoscere il suo disegno di salvezza (DV 2). I molti modi con cui essa si manifesta trovano in Cristo il centro (Eb 1,1-2): egli è il messaggio di Dio per gli uomini e porta a compimento l’opera della salvezza affidatagli dal Padre; in quanto Parola fattasi carne, e per aver condiviso in tutto la nostra condizione umana, in Cristo «trova luce il mistero dell’uomo» (GS 22).

L’ispirazione, intesa come Parola scritta, frutto dello Spirito, ma anche Parola “ispirante”, che agisce con la forza dello Spirito, richiede lettori animati dal medesimo Spirito che ha generato la Scrittura. Ne consegue una lettura “ispirata” della Parola, che genera la fede e permette un annuncio profetico (cf. Sir 24,30-34).

Essa accentua l’importanza dell’interpretazione – attualizzazione, una Parola che diventi valida per l’oggi: «Oggi per voi si è compiuta questa parola» (Lc 4,21) e diventi risposta alla domanda di senso che inquieta la nostra generazione. La Parola di Dio ci confronta con la storia, e ci educa a leggere i segni di Vangelo per creare un annuncio efficace; nello stesso tempo provoca la storia e si pone in modo critico di fronte ad essa, alla ricerca di un “oltre”, di nuove visioni del mondo e dell’uomo, di nuove prassi.

Questa prospettiva pone in primo piano il valore dell’ascolto come stile di Chiesa, perché la Parola, dopo essere stata profondamente interiorizzata, diventi “anima” della teologia, della predicazione, della catechesi, della pastorale (DV 24). All’ascolto occorre educare ed educarsi, in modo che la Parola orienti «a comportarsi da cittadini degni del Vangelo» (Fil 1,27); a vivere la fede come risposta ragionata alla chiamata di Dio; ad aprirsi a tutte le persone che cercano spazio per una riflessione, anche se aventi riferimenti culturali diversi dall’ambito della fede. L’ascolto rende i credenti pronti a «portare le ragioni» della propria speranza, «con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza» (1 Pt 3,15-16).

L’ascolto chiede anche apertura all’altro, in un confronto schietto e leale tra persone adulte (compresi i pastori), che riflettono, propongono e possono anche dissentire. All’interno della Chiesa esso porta a superare l’autoreferenzialità e apre un confronto autentico ricordando che tutto «il popolo santo di Dio partecipa pure dell'ufficio profetico di Cristo» (LG 12). L’ascolto forma la dimensione relazionale del credente e lo addestra a «conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche» (GS 4).

La Parola si presenta in tante forme. Nata da una ricchezza di esperienze, si realizza in altrettanta ricchezza e varietà, con più risposte possibili di fronte alla complessità della realtà e della storia. L’Eucaristia domenicale è momento centrale per l’ascolto fedele. In essa Cristo stesso «parla al suo popolo e il popolo a sua volta risponde» (SC 33). Ciò richiede che vi sia una reale partecipazione dell’assemblea, per dare spazio anche all’esperienza laicale: si pensi alla preghiera dei fedeli o ad altri momenti di condivisione, seguendo l’invito di san Paolo: «La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente» (Col 3,16).


  1. 3.    IL MEIC PER IL RINNOVAMENTO DELLA CITTA’

La città è diventata oggi terra di missione. Essa ci interpella come cristiani a trasformare i valori evangelici in azioni, anche in collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà.

Il MEIC si sente impegnato a contrastare nella città la trionfante cultura della divisione, promuovendo nella vita familiare, sociale, politica, professionale la cultura dell’unità, della collaborazione/cooperazione e della reciprocità.

Molteplici sono gli ambiti della vita sociale, culturale, politica nei quali oggi la nostra intelligenza di uomini e donne credenti è sollecitata a comprendere gli avvenimenti e le ragioni, talvolta inespresse, dei cambiamenti in atto. Senza pretendere di affrontare le molte questioni oggi aperte nel nostro Paese e nel mondo, ci pare importante individuare alcune urgenze su cui il nostro movimento intende riflettere e svolgere quel compito di discernimento che appartiene alla sua storia e alle motivazioni profonde della sua stessa presenza nella Chiesa.

Sappiamo di dover essere una presenza critica in una società connotata da una invasiva cultura consumistica che ha distorto il sistema dei nostri bisogni. Sta al nostro impegno non omologarci ad essa, ma contribuire a ridare spessore e significato alle esperienza di vita e alle relazioni.

3.1  Essere cristiani nell’attuale contesto politico e sociale

“Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” dice il Vangelo; se leggiamo queste parole insieme a quelle sull'essere nel mondoe non del mondo, comprendiamo che il mondo non può essere considerato affari di altri, e la sua condizione non è un elemento per noi indifferente.

Questo impegno trae la sua origine nel comando dell'amore; e sarebbe ben strano che l'amore verso i fratelli si fermasse alle porte delle città, nelle quali lasciare spazio libero alle azioni e ai desideri di ognuno, senza preoccuparci del modo di vivere. Sarebbe privo di giustificazioni un nostro tirarci indietro davanti alle offese, dalle più piccole a quelle sanguinose, arrecate “agli orfani e alle vedove”, alla cui difesa viene invocato l'intervento di Dio nell'Antico Testamento.

Di fronte a queste realtà, è anzitutto necessario dare un'impronta di sobrietà a tutta la nostra vita, denunciare con forza i soprusi e le ingiustizie, richiamarsi alla  necessità di porre regole giuste e rispettarle, condannando con forza la corruzione, oggi l’attacco più insidioso  alle libertà in una società democratica.

Non basta quindi richiamarlo soltanto nella nostre chiese, ma deve essere testimoniato quotidianamente, memori delle Parole di Gesù: ”avevo fame e mi deste da mangiare …” , ben sapendo che questa consapevolezza del legame indissolubile tra attesa del Regno di Dio e impegno per la costruzione della città dell’uomo, così viva negli anni del post-Concilio, oggi sembra essersi affievolita nel contesto di una cultura individualista e deresponsabilizzante.

Il MEIC invita i propri iscritti a tradurre nel concreto la passione per la città, promuovendo occasioni di approfondimento e confronto, elaborando proposte, incoraggiando impegni di cittadinanza attiva, sostenendo e promuovendo la formazione politica dei giovani.

L'amore poi ci impone di lavorare con tutte le donne e gli uomini  che Dio ama. Un’ attenzione particolare va alle nostre sorelle che vengono fatte oggetto di violenza tutti i giorni, spesso nel chiuso della famiglia, o offese dal maschilismo di questa nostra società e talvolta di questa stessa nostra Chiesa. Bisogna riscrivere allora una grammatica delle relazioni affettive capace di superare tutti quei comportamenti che alimentano uno stile di rapporti predatorio e possessivo tra i due sessi.

Dobbiamo impegnarci a contrastare fenomeni di razzismo che vorrebbero ributtare in mare quelli che approdano sulle nostre spiagge, spinti dalla paura, dalle violenze, dalle guerre. Dobbiamo ricordarci di essere cristiani quando la faccia della Chiesa viene sfregiata con l'ossequio ai criminali, con l'alleanza con i signori delle tangenti e delle speculazioni, con l'orribile abuso di anime innocenti, a lei affidate; e avendo ben chiaro che la difesa della legalità   è un impegno a favore della libertà di chi non ha voce per difendersi.

 

La passione e l’impegno per il bene comune sono quindi irrinunciabili per il cristiano, che non deve cedere al qualunquismo e alla perdita della speranza. E la risposta alle istanze politiche non può trovarsi in progetti anche molto innovativi, ma fragili  e spesso anche ambigui, quanto nella riscoperta di rinnovate e democratiche forme di partecipazione.

IL MEIC intende infine contribuire, nell’attuale periodo di riforme che si vorrebbero strutturali, al formarsi di scelte che, senza pregiudizi o preclusioni ideologiche, tendano ad un modello sociale ed istituzionale che conservi un corretto equilibrio tra i poteri dello Stato, snellisca e semplifichi il rapporto tra cittadini e burocrazie, mantenga un contatto diretto tra eletti ed elettori, prioritariamente con la richiesta, nelle opportune sedi, del ripristino delle preferenze nelle leggi elettorali, contemperi il principio della democrazia decidente (il che presuppone stabilità delle maggioranze), e quello della tutela delle minoranze, riservando loro un ruolo importante nel potere di controllo democratico.

3.2   L’equità nei rapporti sociali (in ordine in particolare al tema del lavoro e delle scelte economiche)

I rapporti tra economia ed etica richiedono una riflessione rinnovata, che tenga conto sia dei cambiamenti nella struttura dei sistemi economici nel contesto della globalizzazione, sia di evoluzioni manifestatesi negli studi e nella cultura economica diffusa. In particolare si devono contemperare criteri di sostenibilità economica, con obiettivi di sostenibilità sociale e ambientale.

Per riavviare lo sviluppo bisogna restituire alla società e all’economia la possibilità di dotarsi delle risorse necessarie a perseguire il bene pubblico e scegliere i settori nei quali investire, puntando soprattutto alla formazione e alla ricerca in ambiti tecnologici utili allo sviluppo; allocando in particolare risorse specifiche per i giovani  e per progetti di nuova imprenditorialità giovanile e diffusa. Agli imprenditori va chiesto più coraggio e assunzione di responsabilità sociale, ma all’impresa, così riorientata, va riconosciuto la centralità nella creazione di lavoro  e di reddito.

L’impersonalità di molte operazioni finanziarie riduce la sensibilità all’aspetto etico di questo tipo di scelte: sono necessarie una riflessione di tipo culturale, la diffusione della finanza etica e la promozione di una politica che contrasti almeno le più gravi deviazioni dall’uso proprio della finanza, quello del supporto all’attività produttiva.

Un problema centrale è quello dell’equità distributiva: è necessario riproporne il valore rispetto a concezioni che ritengono accettabili anche situazioni caratterizzate da una forte disuguaglianza. Deve essere promossa un’inversione dell’aumento della disuguaglianza nei redditi, nella ricchezza e nelle condizioni di vita, anche considerando le conseguenze della disuguaglianza rispetto al funzionamento del sistema economico.

La solidarietà necessaria per ridurre la disuguaglianza non deve manifestarsi soltanto, o prevalentemente, a livello dell’impegno individuale o tramite organismi privati del Terzo Settore: per questo scopo è irrinunciabile l’uso dello strumento fiscale. Una fiscalità che, però, va resa più sostenibile, riportandola al principio costituzionale della progressività del sistema tributario, nonché al dovere generale di “concorrere alla spesa pubblica in ragione della capacità contributiva quale adempimento di uno dei doveri di solidarietà economica, politica e sociale sanciti dall’art. 3 della Costituzione”, il che presuppone un contrasto convinto ed efficace all’evasione fiscale, fattore distorcente a livello morale ed economico promuovendo leggi più severe e precisando che l’evasore, da un punto di vista cristiano è un peccatore.  Per quanto attiene la spesa pubblica, il giusto obiettivo di ridurne gli sprechi e le occasioni di illeciti arricchimenti, non deve far dimenticare il ruolo che essa ha nel realizzare condizioni sociali più accettabili.

Un’attenzione particolare deve ricevere il problema della disoccupazione: in un contesto in cui la sostenibilità e la condivisione di risorse scarse con Paesi in via di sviluppo non consentono crescita con l’attuale struttura dei consumi, la disoccupazione rischia di diventare strutturale a meno di riforme sostanziali, che restituiscano centralità all’economia reale, che contrastino lo strapotere della finanza, e che rilancino il ruolo dell’impresa, anche in settori prima trascurati (l’economia verde, per esempio).

Approccio diverso e specifico richiede un tema centrale in Italia da tempo, ma che di recente ha cambiato ancora una volta dimensioni e specificità: la questione meridionale, che va comunque percepita comeproblema dell’intero paese, da affrontare in un’ottica di solidarietà.

Alcune analisi evidenziano che il divario Nord – Sud è da connettere anche alla debole cultura civica di una parte non irrilevante della società meridionale, per cui le soluzioni del problema vanno ricercate innanzitutto sul piano culturale e politico, con un grande investimento educativo da destinare alle più giovani generazioni. L’impegno di tanti cristiani al Sud, già intenso e tenace, deve essere ulteriormente accompagnato e sostenuto dai cristiani del Nord e del Centro per non isolare coloro che operano in quei contesti in cui si è consolidata un’alleanza malvagia tra comunità, istituzioni e criminalità organizzata.

Siamo consapevoli di dover impegnare le nostre risorse culturali per vincere Il degrado morale che cresce con l’aggravarsi della crisi economica, in cui tutti gli indici di una debolezza strutturale dell’economia meridionale, come ad esempio l’altissimo tasso di disoccupazione giovanile e femminile, sono in stretta connessione con l’espansione di una rassegnazione senza speranza.

In questo quadro, la Chiesa meridionale è chiamata a un impegno rilevante; essa può e deve coagulare, valorizzare e rendere efficaci le energie profuse da quei fedeli che vivono la loro fede anche come un impegno per promuovere sviluppo, solidarietà, educazione e rispetto della legalità.  Deve mirare ad una presenza rinnovata in stile e contenuti, in modo da  contribuire efficacemente al progresso civile e sociale delle nostre comunità. E nei contesti dominati dalla arroganza della criminalità, superando limiti storici, deve trovare coraggio sufficiente nella denuncia e nella testimonianza, in modo da non lasciare più tale scelta ai singoli, che lo hanno fatto spesso fino al martirio.

Nei rapporti internazionali è necessario correggere alcune importanti distorsioni indotte dal processo di globalizzazione in atto, anche compiendo scelte radicali e coraggiose. Non è accettabile, specialmente a livello europeo, una competizione tra gli Stati attuata attraverso la riduzione del carico fiscale o dei diritti dei lavoratori.

La necessaria crescita dei Paesi economicamente più deboli deve accompagnarsi non tanto a una riduzione del reddito medio nei Paesi più sviluppati, quanto ad una riduzione della disuguaglianza interna in questi Paesi e anche a un cambiamento del modello di sviluppo e dello stile di vita. In questa direzione, uno strumento essenziale è costituito dal comportamento consapevole dei consumatori, con il potenziamento e la diffusione della sensibilità che oggi già si manifesta al riguardo.

A fronte di problemi ambientali e sociali (riscaldamento globale, risorse non rinnovabili, disuguaglianza, …) che richiederebbero una forte attenzione alle conseguenze a lungo termine, si verifica un accorciamento preoccupante dell’orizzonte temporale sul quale vengono prese le decisioni. Il problema richiede di essere affrontato a livello strutturale, essendo legato, per le decisioni delle imprese, alla deformazione del ruolo della finanza aziendale e dei mercati finanziari; per le decisioni politiche, all’eccessiva attenzione alle reazioni a breve degli elettori. Va, invece, evidenziata la necessità della predisposizione di un progetto complessivo di politica industriale, che consenta di proiettare nel tempo le conseguenze delle scelte di oggi.

3.3 Impegno «artigianale» per la pace e la collaborazione fra i popoli.

Il MEIC può dare un suo contributo alla pace e al buon governo tenendo viva la riflessione sul collegamento tra qualità della convivenza civile e della democrazia in Italia, e i condizionamenti internazionali. Deve entrare nella consapevolezza comune il grande insegnamento della Pacem in terris sull'«interdipendenza fra le comunità politiche»: sul «rapporto vitale» tra «il progresso sociale, l'ordine, la sicurezza e la pace» di ciascuna e di tutte. «La pace fra tutte le genti» è un valore che si costruisce nella storia sul fondamento di altri valori: la verità, la giustizia, l'amore, la libertà, la misericordia.

La Pacem in terris, il Concilio nella Gaudium et Spes, le grandi encicliche sociali di Paolo VI e Giovanni Paolo II, i successivi approfondimenti nei messaggi annuali per la giornata della pace, fino allo sguardo globale sui problemi del pianeta offerto da Benedetto XVI nella Caritas in veritate, ci hanno costantemente orientati alla visione di una «comunità mondiale», di una «collaborazione della famiglia umana» la quale andrebbe sempre più orientata a una cultura di riconciliazione e ispirata a politiche di perdono interreligioso, sociale – cioè tra popoli e gruppi diversi – e di remissione del debito dei Paesi in via di sviluppo.

Vanno incoraggiati processi di cooperazione e di partecipazione internazionale, senza tuttavia compromettere le specificità culturali e la libertà dei popoli, impedendo così che percorsi di integrazione nascondano volontà egemoniche, politiche e culturali, capaci di generare nel tempo conflittualità ed odi vecchi e nuovi; il continente europeo sappia fungere in questo senso da modello virtuoso.

L'Europa oggi si pone nel mondo come esempio di cammino collaborativo tra popoli diversi, combattutisi per secoli, fino alle guerre mondiali del secolo scorso. Essa deve proseguire il cammino ancora lungo e faticoso della sua crescente integrazione e unità politica: perché le sue istituzioni mantengano e radichino un welfare sostenibile, mirino a traguardi d'inclusione e solidarietà, esprimano attenzioni lungimiranti alle giovani generazioni e politiche di pace sulla scena internazionale, non solo nel Mediterraneo e verso l'Africa, ma anche ai suoi confini orientali, adesso pesantemente e immotivatamente minacciati. L’Europa cui tendere, insomma, non è quella dei banchieri, né dei burocrati, ma quella dei popoli: in tal senso andrebbe rafforzato e promosso l’istituto e il senso della cittadinanza europea.

Riguardo alla «promozione della pace e della comunità tra i popoli», il Concilio, svoltosi in anni di guerra fredda, ha prodotto una visione di equilibrio e di sintesi: tra la profezia (su «la vera e superiore concezione della pace» secondo il messaggio evangelico); «il diritto di una legittima difesa dei valori fondamentali della persona e anche della libertà religiosa» e i suoi limiti; la promozione della coscienza («l'estrema urgente necessità di una rinnovata educazione degli animi e di un nuovo orientamento nell'opinione pubblica»).

Dal Concilio in poi, sempre più la nostra Chiesa ci ha abituati a un'esperienza di fede proiettata in comunione universale con tutti i popoli, non ripetendo necessariamente l'impronta europea nell'impegno di evangelizzazione, ma ponendo al centro dell'annuncio e dell'azione pastorale la dignità della persona. Nelle nostre città e regioni, l'apertura al mondo è portata dalle iniziative imprenditoriali e di lavoro, dallo scambio di docenti e studenti nelle scuole e università, dalle esperienze missionarie delle chiese locali, di suore, religiosi, volontari laici, preti diocesani fidei donum. (Pas Pax Romana)

Papa Francesco interviene frequentemente sulle questioni della pace e della solidarietà, sia esprimendo con forza il suo allarme per una terza guerra mondiale parcellizzata in atto, sia insistendo per un atteggiamento contro «la cultura dello scarto» e «la globalizzazione dell'indifferenza». Nell'Evangelii gaudium, proposta gioiosa sull'annuncio del Vangelo nel mondo attuale, mette a fuoco le connessioni tra «il bene comune e la pace sociale», impostandole concretamente  e invitando a “lavorare a lunga scadenza, senza l'ossessione di risultati immediati”, a “sviluppare una comunione delle differenze”, a “cogliere, comprendere e dirigere la realtà, illuminata dal ragionamento”, cercando una sintesi tra il tutto e la parte, cioè tra dimensione globale e vita locale.

E' così indicata una via di conversione attraverso il discernimento e l'attitudine al dialogo: un impegno, cui il MEIC deve dare un suo specifico apporto, al quale il Papa usa dare la qualifica di "artigianale"; vien da dire un impegno laico, per professionalità laicali, da curare con la raffinatezza, la pazienza e la passione con cui lavorano gli artigiani e che i cristiani sono chiamati a svolgere accanto a uomini e donne di ogni popolo e cultura, come indicava papa Giovanni nel suo affascinante messaggio per «la pace nelle terre», tra i popoli, gli stati e le nazioni.

E’ indubbio il ruolo importante che, su questo terreno, possono svolgere e già svolgono “la rete” e i nuovi media, verso i quali occorre coltivare e diffondere un approccio disponibile e fiducioso, ma anche un giusto spirito critico, che percepisca e rifiuti superficialità, violenze e banalizzazioni, e senza assolutizzarli come unica esperienza di partecipazione.

3.4  I nodi problematici connessi alla relazione di coppia, alle diverse relazioni affettive e alle esperienze familiari.

 Rendere vivo il Concilio, oggi, su questi temi, significa, per un movimento che si riconosce nel mandato di operare nella comunità ecclesiale con un  forte "impegno culturale", riflettere sui contributi delle scienze umane e delle esperienze dei laici, sposati in questi cinquant'anni. L'occasione per dibatterne nella coincidenza cronologica con il termine dei lavori del primo dei due Sinodi indetti da papa Francesco sulle "sfide pastorali sulla famiglia nel contesto della evangelizzazione" non solo chiede di tenere conto di quanto sarà emerso in quei giorni (e comunque delle risposte al questionario già pervenute tramite gli episcopati di tutto il mondo) ma anche di fornire ulteriori contributi in vista del Sinodo conclusivo del 2015.
Occorre anzitutto che si dedichi un’attenzione prioritaria alle relazioni di coppia. Chi "si sposa nel Signore " assume una precisa responsabilità di fecondità ministeriale, in primo luogo nei confronti della propria coppia. Le caratteristiche dell'amore coniugale, che nel matrimonio riveste la dignità di segno sacramentale della Grazia chiaramente indicate da Paolo VI, sono la sua piena umanità, la sua totalità, la fedeltà e la fecondità. Una attenzione particolare, in ordine ai requisiti della "piena umanità" e della "totalità", va oggi rivolta alla valorizzazione dei linguaggi del corpo e della psico-sessualità, secondo insostituibili contributi di chi quelle esperienze vive in  prima persona e quotidianamente. E’ importante poi che la fedeltà sia sempre più  valorizzata in  una accezione positiva e  dinamica della relazione coniugale.

Se la coppia è la prima destinataria della propria "fecondità", il suo amore si estende naturalmente ad altri destinatari - i figli, gli altri familiari o conoscenti (specie se anziani, ammalati, poveri)- nell'impegno sociale, in particolare rivolto ad altre famiglie. E proprio per questa centralità va ripresa e rafforzata l’opera di educazione alla vita della coppia e della famiglia, fin dal suo formarsi, compito più ampio della tradizionale “preparazione al fidanzamento e al matrimonio” che pure accusa segni evidenti di stanchezza.


Prestando grande attenzione alle importanti riflessioni che stanno accompagnando il Sinodo sulla famiglia, a distanza di quasi cinquant'anni, dalla Humanae vitae, anche il MEIC intende dare il proprio contributo sia all’attualizzazione dell’enciclica di Paolo VI, sia all’impegnativo problema delle nuove relazioni che si costituiscono dopo il fallimento del legame precedente. Vorremmo così aiutare la Chiesa ad interrogarsi sul significato di queste realtà nella vita ecclesiale, prendendo a cuore la sofferenza di chi non può accedere ai sacramenti, con attenzione alla tradizione della Chiesa nella sua storia e sensibilità ecumenica attraverso un confronto con le altre Chiese cristiane. Il MEIC inoltre condivide l'importanza di mantenere un atteggiamento "aperto alla vita", ma richiamando il  significato di una genitorialità responsabile che, nel rispetto dell'equilibrio di ogni coppia e delle diverse stagioni della relazione coniugale, si impegni per una crescita armoniosa della comunità familiare. In tale prospettiva l'apertura alla trasmissione della vita deve conciliarsi con la situazione esistenziale di ogni coppia e deve essere rimessa alla loro scelta responsabile.


Non possiamo poi oggi trascurare la questione delle relazioni omoaffettive. E’ doveroso coltivare anche nelle nostre comunità una cultura che respinga l’omofobia e che dia spazio alla accoglienza e al dialogo anche con chi vive un legame con persona dello stesso sesso. Credenti  attenti e rispettosi di ogni persona, non hanno poi timore, nel confronto con tutti e senza rinunciare ai valori in cui essi credono, di collaborare a soluzioni legislative in grado di tutelare socialmente anche le unioni non matrimoniali.


L'attenzione alla "famiglia", sempre centrale come “comunità formatrice ed educatrice”, va oggi allargata anche al di là dei confini della "famiglia cristiana", di fronte ad aspetti sempre più peculiari e diversificati nelle nostre società.  Le nostre comunità ecclesiali, infatti, sono continuamente chiamate a confrontarsi e a rispettare le diverse espressioni di aggregazione familiare, che convivono nella nostra realtà sociale. Appare certamente condivisibile l'impegno di fare delle famiglie non tanto e non solo l'oggetto dell'attenzione sociale e pastorale, quanto , in primo luogo, un  soggetto attivo e consapevole delle proprie responsabilità nei confronti della società civile, politica ed ecclesiale. L’obiettivo va concretizzato a partire dalle comunità locali (parrocchie, quartieri, ecc.), estendendo l'attenzione a tutti i componenti del gruppo che a tali aggregazioni fanno riferimento, nelle loro diverse espressioni generazionali. Tra esse va considerato con crescente attenzione il ruolo dei nonni, che è un aspetto specifico di quello degli anziani in generale: in una società che, comunque, tende ad invecchiare sempre più e di fronte all’attuale, profonda crisi morale ed economica, agli anziani, e ai nonni in particolare, va riconosciuta una collocazione sociale, costruendo un modello di integrazione solidaristica tra le generazioni.

In presenza, infine, del prevalere di una concezione accentuatamente privatistica della famiglia, è necessario riaffermare il suo stretto rapporto con la società; di qui la necessità di un sostegno delle famiglie, specie di quelle con figli minori, con opportuni interventi, dall’accesso alla casa a un equo trattamento fiscale, rimuovendo gli ostacoli alla formazione stessa delle famiglia.

E’ poi necessario, come comunità civile e in particolare come comunità cristiana, abbandonare definitivamente un modello di società che riservava alle donne determinate funzioni in ambito familiare e domestico. Oltre alla pari opportunità in tutti i settori, al diritto al lavoro, all’uguaglianza di trattamento economico e alla tutela della maternità, da ampliare ulteriormente, ci impegniamo perchè dal punto di vista culturale, normativo ed organizzativo si affermi il diritto/dovere di donne e uomini di dedicare, in modo condiviso, il giusto tempo ai compiti educativi e di cura dei figli, al lavoro domestico, alla assistenza agli anziani. Questa decisione fondamentale, insieme al sostegno alle giovani coppie, potrebbe contrastare il costante calo demografico, frutto di paure e insicurezze, ed avviare ad una ripresa della natalità, segno di speranza e di fiducia nel futuro,  e testimonianza di apertura alla vita umana, il cui valore deve essere costantemente riaffermato.

3.5 Ambiente e territorio: l’urgenza di una strategia per il futuro

I problemi connessi con la sostenibilità – intesa qui come rispetto delle condizioni che consentano alle generazioni future una vita degna – hanno suscitato, in tempi recenti, crescente attenzione e preoccupazione. Ha certamente contribuito a ciò l’evidenza del cambiamento climatico in atto e il fatto che la sua origine antropica sia ormai condivisa da gran parte degli esperti.  Allo stesso tempo, i danni causati dai sempre più frequenti fenomeni meteorologici di grande intensità rendono evidente lo stato di incuria in cui l’ambiente è stato lasciato e motivano l’urgenza di un’ampia azione di prevenzione.

A destare preoccupazione non è solo la sostenibilità ambientale in senso stretto: la scarsità delle risorse – in specie di quelle energetiche, dell’acqua dolce, non rinnovabili in genere – non garantirebbe la sostenibilità senza opportuni interventi di politica economica a livello globale e senza un cambiamento nello stile di vita da parte almeno delle popolazioni attualmente privilegiate. La difficoltà di trovare soluzioni condivise per una ripartizione equa nell’accesso a queste risorse minaccia sempre di più di originare conflitti violenti.

Al centro di questi problemi vi è una questione di equità: permettere a tutti l’accesso alle risorse della terra, garantire il soddisfacimento dei bisogni essenziali dei popoli, adottare scelte che siano rispettose delle generazioni future. E si tratta anche di una questione di responsabilità concretizzata nella consapevolezza che le decisioni che assumiamo hanno conseguenze non solo per noi, ma per molti altri,  e nell’attenzione alla sostenibilità dei  meccanismi di sviluppo.

La ricerca scientifica e quella tecnologica hanno grande importanza per la soluzione di questi problemi e vanno quindi promosse a tutti i livelli. Ma non si tratta di questioni solo tecniche: vi è implicata la ricerca di un nuovo rapporto con le cose (da una situazione di servilismo alla relazione di utilità, dal consumismo sfrenato al consumo critico, dalla dipendenza all’uso sobrio e etico) e un nuovo rapporto con la natura (dalla violenza ambientale al rispetto del creato, dalla mercificazione della natura alla relazione con “nostra madre terra”, dall’uso indiscriminato alla responsabilità ambientale). Su questi temi vi è una urgente esigenza di informazione e di educazione.

I problemi legati alla sostenibilità hanno natura globale e locale e richiedono quindi interventi a diversa scala. Processi virtuosi devono però essere avviati dai singoli Paesi – e dunque pure dal nostro - anche prima e indipendentemente da tali accordi.

Vi sono inoltre problemi specifici dell’Italia:

    -  lo squilibrio nel rapporto città – campagna (modificazioni radicali dei processi di scambio e produzione locale, esodo dalle campagne e dalle montagne, rese più esposte a dissesti idrogeologici, cementificazione del territorio non solo di pianura), che richiede una strategia politica ed economica atta ad invertire la tendenza;

    - la compresenza o la vicinanza sullo stesso territorio di siti produttivi ed aree abitative, con eventuali conseguenti effetti sulla salute delle persone e sulla qualità della vita (generando una  possibile conflittualità fra diritto alla salute e diritto al lavoro);

   - le grandi opere (sono compatibili con le urgenze ambientali del nostro Paese, soprattutto nell’attuale momento economico?);

-  l’esigenza di un piano energetico nazionale per aumentare l’efficienza delle risorse e favorire l’utilizzo delle innovazioni tecnologiche, la cui valorizzazione può consentire una diminuzione significativa dei consumi;

   - il tema dei rifiuti (educare al recupero e alla differenziazione, elaborare strategie a lungo termine), risolto in non pochi Paesi, mentre spesso in Italia ha assunto una coloritura drammatica, che ha favorito le infiltrazioni criminali.

All’interno di molti gruppi MEIC si è avviata da alcuni anni una riflessione su alcuni di questi temi, in relazione soprattutto a gravi emergenze locali, riflessione che dovrà proseguire, coinvolgendo quanto più ampiamente possibile le comunità ecclesiali e civili del territorio al di là di pregiudizi ideologici.

La frequenza e la gravità dei fenomeni di dissesto idrogeologico richiedono con urgenza un cambiamento di strategia fondato su:

- superamento della logica emergenziale a favore della prevenzione e della manutenzione del territorio, con adeguati e costanti finanziamenti, la cui entità risulterebbe enormemente inferiore alle spese conseguenti ai disastri;

- stop definitivo all’occupazione del suolo nelle aree a rischio e all’abusivismo, rimettendo al centro la tutela e la valorizzazione del paesaggio;

- superamento dell’illusione della infallibilità delle previsioni (esse sono indispensabili, ma possono sempre contenere margini di incertezza) e affermazione a tutti i livelli di una cultura della resilienza, della prudenza e dell’autotutela, supportata da adeguate misure organizzative a livello nazionale, regionale e locale.

3.6    Le risorse culturali  e intellettuali: educazione, formazione, valorizzazione

L’impegno educativo e formativo (inteso come compito di istruire, fornire le conoscenze e le competenze necessarie per il mondo del lavoro, e partecipare allo sviluppo della persona) deve anzitutto domandarsi quale cittadino intendiamo formare e per quale società.

Molte sono le criticità dell’attuale sistema scolastico ed universitario, su cui è urgente riflettere, anche all’interno del MEIC, elaborando proposte e indicazioni. Fra gli aspetti che meritano attenzione indichiamo i seguenti, senza alcuna pretesa di completezza:

-       promuovere l’idea che cultura ed educazione rappresentano la base della crescita integrale della persona umana, sono fondamentali per una riappropriazione critica della propria tradizione culturale in dialogo con le altre culture e per attivare uno sviluppo sociale e civile ed economico, equo e duraturo, svolgono una funzione inclusiva e di promozione sociale, aiutano nel fornire pari opportunità, in particolare  alle persone più svantaggiate, arginando  il dilagante incremento della diseguaglianza;

-   rivolgere una particolare attenzione ai giovani più a rischio, frustrati dalla dispersione scolastica e dal disagio familiare e sociale. Creare le condizioni per rilanciare tra i diversi attori  un nuovo “patto educativo”, che coinvolga la famiglia, la Chiesa, la scuola;

-       connettere la formazione scolastica e universitaria al “mondo reale”, aprendola alle tematiche dei diritti e dei doveri, dei bisogni, della giustizia sociale, della cittadinanza, dell’etica. Anche fuori dall’ambito scolastico è necessario che si promuovano occasioni  per la formazione di cittadini attenti ai valori civili e al bene comune;

-       stimolare le istituzioni a investire nella formazione e nella ricerca, finalizzandole a creare professionalità capaci di rispondere alle esigenze di una realtà in rapido mutamento, e a  rimotivare docenti e formatori, specie giovani, con strumenti legislativi idonei e politiche adeguate a valorizzare le loro competenze e le loro aspirazioni, valorizzando i non pochi esempi di educatori che già oggi portano nella scuola passione e professionalità, nonostante la condizione attuale di debolezza e marginalità;

-       promuovere una formazione integrale, che risponda alla domanda di un “nuovo umanesimo” : perché autonomia e libertà d’insegnamento caratterizzino scuole e università, sia pubbliche che private; perché transdisciplinarietà, interdisciplinarietà, interculturalità diventino prassi e chiavi interpretative della realtà nei curricula scolastici e universitari inoltre nella ricerca e nell’apprendimento;

-       acquisire una visione sistemica della comunità scolastica ed universitaria, come comunità educante eticamente responsabile e diffondere la cultura dell’autonomia e della responsabilità personale e istituzionale. Coinvolgere attivamente gli studenti nei processi di apprendimento, attraverso insegnanti che siano sempre piùaperti alla comprensione della realtà, desiderosi di apprendere prima di insegnare, che siano capaci di imparare ad imparare, per poi condividere con i giovani la fatica e la conquista del sapere;

-       fin dalla scuola primaria promuovere la formazione ai media, dalla stampa alla tv al web, per favorire la capacità di utilizzarli in modo critico e costruttivo, di interpretarne i messaggi, di acquisire  autonomia nelle scelte;

-       promuovere un’elaborazione culturale e una seria azione educativa che aiuti ad affrontare positivamente la crisi del maschile e del femminile

-       promuovere la conoscenza dei fondamenti del cristianesimo e di quelli di altre fedi, come ebraismo e islam, per contrastare l’ignoranza religiosa, che genera pregiudizi e mina la convivenza.


 

4.  IL MEIC PER IL RINNOVAMENTO DELLA CHIESA

«Come è importante per il mondo che esso riconosca la Chiesa quale realtà sociale della storia e suo fermento, così pure la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dall'evoluzione del genere umano» (GS 44). La Chiesa quindi dalla storia degli uomini impara qualcosa di essenziale per il suo stesso essere Chiesa; nei confronti del mondo essa è in qualche modo debitrice della sua capacità di comprendere quel Vangelo di cui vive.

Storia significa anche limite e crescita, perché la Chiesa è un popolo pellegrinante che avrà il suo pieno compimento con la venuta del regno di Dio. Siamo convinti, per riprendere le parole pronunciate da Giovanni XXIII sul letto di morte, che “non è il Vangelo che cambia, siamo noi a capirlo meglio”.  Qui – in una sempre più profonda appropriazione credente delle ricchezze del Vangelo – sta la radice di una Chiesa che non smette mai di conformarsi ad esso, imparando  – nel tempo e grazie anche al confronto con la storia degli uomini – a comprenderlo sempre meglio.

In quanto associazione di cristiani laici che condividono la vita delle donne e degli uomini del loro tempo, il MEIC si sente chiamato a favorire questo apprendimento decisivo che la Chiesa può trarre dalla storia e dall’evoluzione del genere umano.

In ascolto del Vangelo, ma con un orecchio allenato dalla condivisione e dall’ascolto delle gioie e dei dolori, delle attese e delle speranze delle donne e degli uomini del nostro tempo, il MEIC si propone di approfondire e di portare all’attenzione dell’intera comunità cristiana alcune tematiche che ritiene particolarmente importanti per il rinnovamento della Chiesa del nostro tempo. Si tratta di un rinnovamento che – prima ancora che le strutture – riguarda lo stile della nostra vita cristiana ed ecclesiale.

Da tempo, infatti, si sperimenta una certa stanchezza nel reiterare uno stile di vita cristiana ed ecclesiale che non corrisponde pienamente al “senso della fede” (LG 12) del popolo di Dio, ovvero al grado di maturazione a cui siamo oggi giunti nella comprensione del Vangelo: siamo coscienti di essere gravemente in difetto rispetto alle esigenze che il Vangelo ci pone, come singoli e come comunità.

Riteniamo che ogni rinnovamento trovi il suo luogo di realizzazione in una Tradizione vivente garantita dall’azione dello Spirito Santo: Tradizione che veneriamo come preziosa, e che ci abilita a esercitare oggi la libertà e la creatività dei figli di Dio, con fede e senza paura. In questo senso diffidiamo di ogni visione fissista della Tradizione, che la riduca a un museo di tesori nel quale chiudersi, in fuga da un presente che non ci piace e che ci spaventa. La crisi di tante realtà ecclesiali alla quale stiamo assistendo costituisce probabilmente la fine di un mondo, ma certamente non la fine del mondo: non è anzi detto che in questo passaggio epocale non vi sia qualcosa di provvidenziale, che ci chiama a una creatività rinnovata. Con Giovanni XXIII vogliamo ripetere: “è soltanto l’aurora!”.

Sollecitati dall’esempio e dal magistero di papa Francesco, che ci invita a una “conversione pastorale”, raccogliamo questa esigenza di un rinnovato stile ecclesiale intorno a tre parole che riteniamo debbano caratterizzare in maniera sostanziale il nostro essere Chiesa per il futuro: povertà, accoglienza, sinodalità. Un tema che in modo trasversale attraversa queste tre parole è la non più rinviabile questione della soggettività femminile, articolata nella triade donna-Chiesa-mondo.

4.1 Per una Chiesa povera e dei poveri

Riteniamo che ogni rinnovamento della nostra vita cristiana ed ecclesiale debba passare per una scelta di povertà radicalmente evangelica, irriducibile a una semplice opzione morale o sociologica. Scegliere la povertà evangelica significa riconoscere che tutte le condizioni di povertà e fragilità che incontriamo (economiche, culturali, di relazioni, legate alla malattia e alla sofferenza) sono il luogo privilegiato in cui è possibile comprendere realmente il Vangelo, in quanto luogo dell’affidamento totale e della rinuncia a ogni sicurezza idolatrica. Scegliere la povertà evangelica significa infatti mettersi alla sequela di Gesù Cristo, il quale volle per sé una vita povera, per i poveri e con i poveri. Questa  è una irrinunciabile condizione perché la nostra fede sia autentica e credibile.

Scegliere la povertà evangelica comporta un esame delle scelte personali e comunitarie, e per il nostro Movimento un impegno di studio e di analisi delle tante situazioni concrete con le quali ci troviamo confrontati:

- riconoscendo che il primo posto, nella città e nella comunità cristiana, spetta al più povero tra noi, vincendo così ogni tentazione di ridurlo a numero: a caso particolare di un problema sociale rispetto al quale ci sentiamo sempre inevitabilmente inadeguati (autogiustificandoci dunque rispetto alle nostre mancanze nei suoi confronti);

-       avendo consapevolezza che siamo amministratori di beni dei quali non siamo proprietari: singolarmente e come comunità (a tutti i livelli);

-       rinunciando ai privilegi che appesantiscono la nostra vita cristiana ed ecclesiale, rendendoci impacciati rispetto al dinamismo che il Vangelo ci domanda e goffi dinanzi al mondo: benefici economici talvolta  ingiustificati, scelte  che inquinano i rapporti ecclesiali e sociali, favori che ci rendono silenti di fronte al grido dei poveri;

-       ripensando concretamente al modo con cui gestiamo – come cristiani – i nostri beni personali e familiari, e ricercando uno stile di sobrietà e un’attenzione verso gli altri e verso la comunità, in nome di una redistribuzione dei beni che  trova fondamento nella loro originaria destinazione universale;

-       domandandoci, con altrettanta franchezza, se non dobbiamo riesaminare concretamente i modi con i quali – come Chiesa – finanziamo la vita e le opere delle nostre comunità cristiane, la nostra corresponsabilità di laici credenti anche sotto il profilo del sostegno economico delle stesse comunità, l’esigenza di essere trasparenti nelle scelte economiche che si operano, di sostenere lo sviluppo autopropulsivo e il lavoro cooperativistico, di destinare tanti immobili di proprietà di enti ecclesiastici oggi in disuso che potrebbero essere utilizzati in favore dei fratelli e delle sorelle più in difficoltà;

-       riconoscendo che il servizio della carità, inteso come attenzione e sostegno a tutte le persone che vivono situazioni di fragilità e difficoltà, non è – in seno alla comunità cristiana – un’opera marginale e di nicchia, riservata a pochi enti specializzati o a pochi individui particolarmente altruisti, ma è una dimensione costitutiva del nostro essere popolo santo di Dio;

-       avendo chiaro che le esigenze della carità sono nel contempo esigenze di giustizia, che impegnano i credenti a denunciare le diseguaglianze che opprimono i poveri, e a pensare e realizzare modelli nuovi di economia  e di vita sociale. Come movimento, ci sentiamo particolarmente impegnati ad accogliere gli stimoli che ci vengono dall’insegnamento di Papa Francesco, evidenziando sul piano della riflessione culturale i limiti dell’attuale sistema socio-economico, a partire dalla scelta preferenziale per i poveri, irrinunciabile per la comunità cristiana.

4.2 Per una Chiesa accogliente e fraterna: stabilire un dialogo con gli uomini e le donne di oggi, accettati nelle loro condizioni umane  e spirituali

Riteniamo che ogni rinnovamento della nostra vita cristiana ed ecclesiale debba inoltre necessariamente passare dalla scelta di uno stile accogliente, inclusivo e dialogante, che, affermando con pacatezza i valori evangelici di cui la Chiesa è portatrice, rinunci al giudizio delle persone, e sia fondato sull’esercizio della misericordia, che non è pietosa tolleranza derivante da una presunta superiorità morale e spirituale, ma condivisione dello stile stesso di Dio e del suo paradossale metro di giudizio, in forza del quale prostitute e pubblicani, riconoscendo umilmente di essere peccatori, ci “precederanno”.

In questo senso, la misericordia non è un rivestimento zuccherato, ma è il cuore stesso dell’annuncio del Vangelo, annuncio del fatto che – agli occhi di Dio – tutto è misurato diversamente: nessuno si salva con le proprie forze e in nome di una sua presunta giustizia, ma in forza di un Amore che sceglie chi si riconosce peccatore, affidandogli una missione di salvezza a vantaggio di tutti.

Soltanto da un simile atteggiamento può scaturire un’apertura e una simpatia davvero universale verso ogni donna e ogni uomo, di qualsiasi nazione, etnia e cultura. Da ciascuno possiamo imparare, come singoli e come Chiesa, qualcosa di essenziale in vista del nostro aderire sempre più profondamente al Vangelo. A ciascuno, poi, abbiamo il dovere di testimoniare la gioia del Vangelo sia a livello personale con la nostra vita quotidiana, che a livello comunitario e pubblico con una significativa presenza associata nella Chiesa e nel mondo.

Ma perché tutto questo sia possibile, occorre che ripensiamo la falsa alternativa tra dottrinale e pastorale, intesi rispettivamente come l’ambito della norma inflessibile e quello di una misericordia buonista (che non cambia realmente le cose). Le nostre sicurezze dottrinali troppo spesso assumono la forma di rassicuranti sicurezze umane garantite dalla certezza della “lettera”. La verità di Dio supera però ogni nostro tentativo di comprenderla e di dirla e richiede una pluralità di linguaggi alla quale accediamo soltanto attraverso lo scambio con donne e uomini di altre nazioni, di altre culture e finanche di altre religioni.

 4.3 Per una Chiesa sinodale che valorizzi le responsabilità e i carismi e recuperi il valore della franchezza

Saremo una Chiesa accogliente, inclusiva e dialogante con le donne e gli uomini del nostro tempo se sapremo esserlo anche al nostro interno: ovvero soltanto se questo stile di accoglienza, di inclusione e di dialogo sarà coltivato nella Chiesa, attraverso l’esercizio – ai vari livelli – di una sinodalità che diviene responsabilità condivisa, seppure nel rispetto della diversità dei carismi, dei ministeri e delle vocazioni.

A questo fine, riteniamo che sia necessario lavorare per superare ogni forma di corporativismo e di settarismo all’interno della Chiesa, i quali costituiscono una tentazione ricorrente e molto forte per le nostre comunità cristiane. Tale superamento richiede una conversione radicale dei singoli e delle comunità, attraverso:

-       una riscoperta della Chiesa quale popolo tutto sacerdotale, tutto profetico, tutto regale: una Chiesa all’interno della quale la varietà dei carismi, dei ministeri e delle vocazioni trova dunque senso, fondamento e origine nel comune battesimo, per comporsi in unità intorno al Vescovo, che di tale unità rappresenta il segno;

-       il superamento di alcune logiche corporative, che inquinano talvolta i rapporti tra fedeli laici e fedeli ordinati;

-       il superamento di alcune logiche settarie, in forza delle quali singole realtà ecclesiali– movimenti, associazioni, parrocchie… – ritengono di esaurire al proprio interno la totalità dell’esperienza ecclesiale, isolandosi in un atteggiamento di indifferenza nei confronti dei fratelli di altri gruppi, che indebolisce la comunione ecclesiale;

-       una riscoperta della liturgia quale fonte e culmine della comunione ecclesiale, di contro alla sua riduzione a luogo simbolico di uno scontro ideologico tra opposte fazioni, che poco o niente ha a che fare con il Vangelo;

-       una riscoperta del valore di un dialogo familiare, franco e libero all’interno della Chiesa, da attuare anche attraverso la costruzione e il rafforzamento di tutte quelle strutture di partecipazione sinodale nate nel post-Concilio, ma che nel tempo hanno perso spesso la loro  vivacità originaria (dal sinodo dei vescovi, alle conferenze episcopali, ai consigli pastorali diocesani o parrocchiali);

-       la maturazione di una diffusa libertà di parola, in forza della quale nella Chiesa si diffonda la convinzione che, salva l’unità della fede, si parla di tutto e si affronta liberamente – e pazientemente – ogni argomento, nel rispetto della carità reciproca, consapevoli che su alcune questioni occorre molto tempo prima che si possa giungere a una soluzione, ma consapevoli anche del fatto che – se non se ne parla – non si giungerà mai ad alcuna soluzione;

-       una riscoperta, attraverso un adeguato approfondimento teologico, della pluriformità (nell’unità) delle singole Chiese particolari, portatrici ciascuna di un proprio carattere, di una propria sensibilità, e dunque di una proprio sguardo sul mondo e di una propria specifica risonanza dell’annuncio del Vangelo;

-       una riscoperta di uno stile missionario che non è proselitismo, ma è testimonianza – innanzitutto con la vita – della gioia del Vangelo a tutte le donne e gli uomini del nostro tempo;

-       una riflessione teologica aggiornata e sull’apporto dell’associazionismo;

-       una promozione di forme effettive di corresponsabilità laicale.

4.4  Per una Chiesa che si apra ad una rinnovata soggettività femminile

Il riconoscimento effettivo dell’emancipazione della donna è divenuto la condizione di possibilità dell’evangelizzazione nel mondo; come afferma acutamente il teologo Joseph Moingt «poiché la missione evangelica è la ragion d’essere della Chiesa, l’accoglienza nuova che essa riserverà alla donna sarà il simbolo operante della sua presenza evangelica al mondo d’oggi, il pegno della sua sopravvivenza”.

La comunità ecclesiale deve allora imparare a valorizzare le donne, con una attenzione particolare alle generazioni più giovani che, nate dopo il riconoscimento dei diritti e cresciute in un contesto culturale post-femminista, sperimentano tutta la fatica di trovare un proprio spazio nella Chiesa e nella società.  

Su questo terreno la Chiesa deve muoversi secondo il chiaro percorso tracciato nei testi conciliari che hanno, innanzitutto, riconosciuto la parità uomo-donna nella comune dignità di tutti i battezzati: essi infatti, ancora prima di ogni altra legittima distinzione, sono membri del popolo di Dio e hanno assegnato, alle donne non meno che agli uomini, il compito di essere artefici e attori della cultura della propria comunità (cfr. GS nn. 29 e 55).

Alla luce dell'insegnamento conciliare occorre avere il coraggio di segnalare e superare talune rigidità che talvolta hanno caratterizzato il Magistero e la stessa vita delle comunità ecclesiali, all'interno delle quali è possibile riscontrare un paradosso per cui alle molteplici responsabilità affidate alle donne (dai servizi materiali a quelli legati alla catechesi) non corrispondono spesso né poteri decisionali effettivi né incarichi di rappresentanza pubblica.

Si tratta di riscoprire la forza delle donne espressa nello stesso annuncio evangelico: è Maria di Nazareth che nel suo bellissimo Magnificat offre un manifesto del Dio liberatore, ed è Maria di Magdala, che riceve il mandato di portare la buona notizia della resurrezione ai suoi compagni, mentre questi erano immobilizzati dalla paura (cfr. Mc 16,10 e Gv 20,17).

Ciò comporta anche il superamento di visioni meramente androcentriche ancora diffuse. É sintomatico che Paolo sia ricordato più facilmente per il pregiudizio antifemminista di 1Cor 11,12-16;14, 34-36 (riferito alla tensione interna di una singola comunità) che per la dichiarazione sulla fine delle discriminazioni, comprese quelle tra uomini e donne, di Gal 3,26-28.

La sfida del cambiamento coinvolge anche le associazioni ecclesiali e, tra queste, il nostro Movimento. Non si tratta tanto di aderire alla logica delle quote rosa, ma di attuare l'etica del riconoscimento, che passa anche attraverso l’attenzione all’uso di un linguaggio inclusivo, la valorizzazione delle figure femminili negli appuntamenti di studio e di riflessione nazionali e locali e il coinvolgimento di queste nei ruoli istituzionali.

 

5. Il MEIC per il rinnovamento del


 

5.1   Il cammino ecumenico

Siamo consapevoli del fatto che il messaggio di Cristo Gesù morto e risorto per noi, salvatore e riconciliatore, annunciato, confessato, predicato da cristiani divisi, rischia di essere seriamente compromesso dalla controtestimonianza delle divisioni. Nell’Unitatis redintegratio il Concilio ci ha consegnato un imperativo ecumenico, sottoponendolo alle parole di Cristo: «Che tutti siano una sola cosa [...] perché il mondo creda» (Gv 17, 21). 

Il metodo ecumenico è una dimensione che deve accompagnare la nostra vita ecclesiale, tenendo conto dell’apporto delle varie esperienze di fede e di spiritualità delle Chiese e delle comunità cristiane. Il MEIC fa sua l’essenza dell’ecumenismo, che non è un portato di relazioni politicamente corrette, né la risposta ad un'esigenza di pacifica coesistenza. La dimensione ecumenica scaturisce dalla croce di Cristo, l'unità è un carattere inalienabile e irrinunciabile della Chiesa, e si situa al cuore della missione e del ministero dei cristiani nel mondo.

L’impegno ecumeniconon intende negare le differenze, ma è orientato a guardare al di là di esse, riconoscendo una unità fondamentale che si condivide rispetto ad ogni differenza. In altre parole si tratta di seguire l’insegnamento di Giovanni XXIII, quando diceva: “guardiamo ciò che ci unisce e non ciò che ci divide”.

Il MEIC, perciò, offre come servizio culturale anche la comprensione delle differenze e delle loro ragioni. Pertanto può dare il suo contributo nello sviluppare una comunione delle differenze volgendo il suo sguardo al cuore del Vangelo.

Nella concretezza della sua esperienza, Il MEIC intende offrire il suo servizio in particolare lungo alcune direttici:

-       sostenendo attivamente le iniziative che, nelle varie realtà locali, si realizzano (settimane ecumeniche, incontri di studio, celebrazioni comuni …);

-       promuovendo specifiche iniziative di dialogo ecumenico (es. incontri con comunità monastiche di altre tradizioni cristiane, confronto con esperienze delle comunità protestanti ed ortodosse del proprio territorio, studio e realizzazione di prassi ecumeniche, un impegno comune sui temi della pace, della giustizia, dell’ambiente);

- riproponendo in forma aggiornata l’esperienza  dei pellegrinaggi nell’Oriente cristiano, nella Terra Santa e nelle nuove frontiere interreligiose del Mediterraneo.

5.2  Il dialogo fra le culture  e le religioni

In adesione allo spirito della dichiarazione Nostra Aetate, il MEIC intende collaborare per “promuovere la mutua comprensione, il rispetto e la collaborazione fra i cattolici e i seguaci di altre tradizioni di fede, incoraggiando lo studio delle diverse religioni e promuovendo la formazione di persone che si dedichino al dialogo”.

Nei tempi che stiamo vivendo, in ragione delle sempre più frequenti ed esplicite offese alla libertà di credo, anche di quanti professano la fede in Gesù Cristo, la relazione fruttuosa con gli esponenti di altre tradizioni di fede richiede uno stile proprio del discepolo di Cristo.  Mentre condanna fermamente ogni offesa alla persona umana e alla sua intrinseca libertà, il cristiano vive alla sequela del Signore, esempio di tolleranza fino alla morte in croce.

Il MEIC pertanto vuole impostare il dialogo con le religioni sul duplice metodo della parola e dell'ascolto, per il reciproco arricchimento, e lo intende come testimonianza della propria fede e nello stesso tempo come apertura verso quella degli altri. In particolare offre il suo servizio culturale alla Chiesa e alle chiese particolari per formare cristiani capaci di dialogo con i non cristiani, e si propone di moltiplicare le occasioni di approfondimento, sul modello di alcune ultime settimane teologiche di Camaldoli.

Siamo consapevoli del fatto che le diverse tradizioni religiose debbano essere avvicinate con grande rispetto, in quanto portatrici di valori spirituali e umani e testimonianze vive, attraverso i secoli, degli sforzi dispiegati con sincerità dagli uomini per trovare risposta "ai reconditi enigmi della condizione umana" (Nostra Aetate, 1) e per esprimere l'anelito al trascendente e le più profonde aspirazioni dell'uomo. I valori e le esperienze spirituali positive vissute nelle religioni sono d'altra parte segno evidente dei doni che “un Dio generoso ha distribuito presso tutte le nazioni“ (Ad Gentes 11), di un bene che “è seminato” non solo “nelle menti e nei cuori”, ma anche “nei riti e costumi dei popoli” (Lumen Gentium 17).

Nello stesso tempo un autentico e franco dialogo, fatto di ascolto e di parole, consente di non chiudere gli occhi sulle contraddizioni che possono esistere nel confronto tra le diverse religioni. Equilibrio, discernimento, approfondimento sono richiesti in special modo oggi, di fronte all’esplodere di una violenza che strumentalizza la religione.

Il MEIC intende inoltre il dialogo come strumento profetico di conversione: esso infatti non è soltanto il mezzo che consente alle diverse fedi di imparare a rispettarsi e a vivere insieme, ma anche una sfida per tutti, perché esige che ciascun credente abbandoni il porto sicuro della condivisione della sua fede con quanti come lui la professano, per accettare di essere messo in discussione da chi aderisce ad un'altra tradizione religiosa, e di intraprendere un cammino di purificazione e di approfondimento della propria fede, del modo di testimoniarla, di praticarla e di viverla.

Il MEIC promuove le differenti forme di dialogo interreligioso, senza stabilire tra esse una priorità, ma invitando le persone e le comunità cristiane a mettere in atto quello che è loro più congeniale nelle differenti situazioni concrete: il dialogo della vita, quando le persone si sforzano di vivere in uno spirito di apertura e di buon vicinato, condividendo le loro gioie e i loro problemi; il dialogo delle opere, che si declina attraverso modalità diverse di collaborazione in vista dello sviluppo e della liberazione dell'uomo; il dialogo teologico che cerca di approfondire la comprensione dei rispettivi patrimoni religiosi; il dialogo dell'esperienza religiosa e della spiritualità, dove persone radicate nelle proprie tradizioni religiose condividono le loro ricchezze spirituali rispetto alla preghiera, alla contemplazione, alla fede e alle vie della ricerca di Dio o dell'Assoluto; il dialogo delle culture e delle religioni aperto al confronto con i metodi conoscitivi e il linguaggio della scienza; il dialogo con i non credenti, le cui provocazioni ci interpellano a dare ragione della nostra speranza in forme sempre più profonde e “sapienziali”.


 

6) Il MEIC per il rinnovamento del MEIC:

6.1 La forma associativa del MEIC:  idee per il nostro futuro.

Il MEIC rinnova la scelta all’impegno culturale espresso in forma associativa; pertanto intende essere soggetto attivo nel servizio alla Chiesa e alla società e cooperare nello spirito evangelico alla  maturazione della coscienza civile, esprimendo “una fede che pensa ed una ragione che crede”.

La mutata situazione sociale ed ecclesiale richiede però un rinnovamento della struttura associativa che, mantenendo lo spirito di una condivisione solidale, meglio veicoli il desiderio di adesione da parte di persone nuove  a un impegno di ricerca e di discernimento.

Pertanto viene incoraggiata l’attenzione a proposte organizzative che tengano conto di specifiche esigenze di competenza, di ambiente, di età, sempre nell’ottica dell’inclusione e non della frammentazione. E viene promossa la sperimentazione di percorsi che siano attenti alle esigenze di gruppi determinati di persone: incontri di spiritualità, letture bibliche, scambi di esperienze, momenti di preghiera, riflessioni su temi di interesse comune, che siano segno dello stile che caratterizza il nostro movimento, e senza pretendere fin da subito l’adesione formale di chi vi partecipa.

Una particolare attenzione va dedicata all’ascolto e all’approfondimento biblico, nella vita dei gruppi e nelle iniziative nazionali, a cominciare dalle  Settimane teologiche, valorizzando in modo peculiare l’incontro con l’esperienza di ascolto e di preghiera delle comunità monastiche.

E’ inoltre  necessario verificare tempi e modi per una nuova forma di adesione dei giovani, anche per quanto riguarda la quota di iscrizione.

D’altra parte è doveroso tenere in considerazione esperienze e proposte che, in questi anni,  hanno dato prova di tenuta e incrociato esigenze di un numero ampio di aderenti, mettendo in evidenza la vitalità e la dedizione dei gruppi e del coordinamento regionale.  Si ritiene opportuno promuovere il Movimento e con essa l’adesione allo stesso prevedendo ad esempio una giornata “ufficiale” dedicata all’adesione, nel corso della quale presentare le iniziative culturali promosse dal MEIC in modo autonomo o in collaborazione con altre realtà culturali o ecclesiali.

Nella linea di una partecipazione ai piani pastorali, è opportuno e doveroso valorizzare il collegamento non solo “formale”, così come previsto dai rispettivi Statuti, tra i gruppi MEIC,  la FUCI e l’Azione Cattolica (nelle sue varie articolazioni), al fine di promuovere cammini formativi coordinati ed organizzare in maniera sistematica iniziative comuni.

Ove possibile, il MEIC deve favorire occasioni di dialogo, collaborazione, condivisione di obiettivi e sfide culturali, con le Associazioni professionali che sono germinate dal Movimento Laureati  e  con altre associazione ecclesiali e non, presenti sul territorio.

Inoltre, il MEIC si fa promotore di occasioni di dialogo con la variegata galassia di gruppi (comunità, reti, fraternità. …) che oggi paiono collocate in ambiti marginali della comunità ecclesiale, ma che esprimono anche in forma critica, istanze di rinnovamento e verifica della fedeltà della Chiesa al Vangelo e alla Tradizione.

In sede locale il MEIC si impegna inoltre a promuovere e sostenere iniziative nel solco della Cattedra dei non credenti.

6.2 il MEIC e la comunicazione

Nel rinnovamento del nostro Movimento la comunicazione svolge un ruolo cruciale, per qualificare i nostri contenuti attraverso gli strumenti più appropriati, in ogni sede e tempo, destinando delle risorse adeguate.

Ecco perché sarà opportuno in questo triennio verificare la possibilità di diffondere la rivista “Coscienza” anche attraverso il web e tramite tale tipologia di pubblicazione inserirla nei siti che propriamente si occupano sia di pubblicazioni “culturali”, sia di pubblicazioni del “mondo cattolico”, per poter entrare nei dibattiti che in quelle sedi sempre più si svolgono offrendo il nostro contributo con il nostro stile.

Circa una più diffusa circolazione di temi e stile del Movimento, riteniamo sia utile dedicare maggiori risorse di tempo e di organizzazione costante al sito nazionale, ai social network e al “forum”. In questo senso potrebbe essere sviluppata l’idea di collegare sempre più la nostra rivista “Coscienza” allo sviluppo del forum, aggiornandolo anche con l’inserimento di argomenti di discussione tratti da alcuni articoli della rivista e scelti dal Comitato di Redazione.

Il MEIC si impegna a curare la comunicazione rispetto alle questioni suscitate nel dibattito contemporaneo, visto che sinora ha avuto una scarsa possibilità di incidere portando alla conoscenza pubblica il proprio punto di vista. A tal fine si propone che la Presidenza, con l’approvazione del Consiglio Nazionale, strutturi un gruppo ristretto di persone che abbiano le competenze e il tempo per poter svolgere tale servizio per il bene del Movimento intero, esplorando anche le opportunità che i nuovi mezzi di comunicazione porteranno nel tempo.

Sempre nella prospettiva di una maggiore diffusione è auspicabile che i gruppi locali e regionali si dotino di un sito web integrato in una rete nazionale e che diffondano anche via internet le proprie pubblicazioni diocesane.

6.3 Il MEIC nel suo rapporto con i Vescovi e con le istituzioni

Il nostro Movimento, esprimendo nel quotidiano quanto previsto nel suo Statuto, offre il proprio contributo specifico in seno alla Chiesa.

Il Movimento è chiamato a:

-       collaborare con il Vescovo diocesano per contribuire allo sviluppo del piano pastorale, realizzando un confronto costante basato sul dialogo e sul rispetto dei ruoli per il bene della Chiesa e del territorio;

-       favorire i rapporti con gli assistenti nel loro essere segno di comunione con la Chiesa e nel gruppo, promotori di condivisione spirituale e confronto culturale, al fine di maturare e vivere un’esperienza di sinodalità;

-       sviluppare i  rapporti con le Conferenze episcopali regionali;

-       partecipare agli organismi diocesani di rappresentanza laicale.

Il Movimento, inoltre, è chiamato, tramite i propri gruppi, a rendersi protagonista, nei modi ritenuti più opportuni, delle iniziative culturali presenti nel territorio (dal Progetto Culturale CEI alle facoltà teologiche e agli ISSR, dalle Università pubbliche ai Centri di Ricerca e/o Fondazioni culturali, dai Centri Studi alle Scuole di Formazione politica).

In tal modo è possibile diffondere la conoscenza del Movimento, farne comprendere la storia, far apprezzare quanto il MEIC può offrire, garantendo qualità e serietà e mettendo a disposizione competenze e risorse.

Volgendo lo sguardo all’immediato futuro, il Movimento si impegna, anche attraverso i gruppi locali, a offrire il suo specifico contributo al prossimo Convegno Ecclesiale di Firenze.

6.4 Organizzazione interna del MEIC

I dati delle adesioni degli ultimi 15 anni, analizzati di recente anche dal Consiglio Nazionale, impongono una riflessione generale circa la struttura interna del Movimento.

I rapporti da rafforzare sono soprattutto quelli tra i gruppi all’interno di una stessa Diocesi e tra i gruppi all’interno della Regione ecclesiastica.

Alcune feconde esperienze recenti permettono di stimolare tale “coordinamento” in modo che anche i gruppi meno numerosi, grazie all’apporto degli altri Movimenti diocesani, abbiano la possibilità di offrire il loro contributo e organizzare qualche evento di qualità nel proprio territorio, anche per coinvolgere in un secondo tempo nuove persone e competenze e rimotivare all’impegno gli ex-soci.

A tal fine è necessario che nel corso del prossimo triennio, per ogni livello regionale sia fissato l’obiettivo di attivare almeno due nuovi gruppi MEIC, stimolando la riattivazione di quelli che di recente han cessato la propria attività, anche con il concreto apporto di quelli già strutturati.

Il Movimento, attraverso il Consiglio Nazionale, è chiamato ad interrogarsi sul ruolo e sulla rappresentatività dei delegati regionali, a precisarne compiti ed apporti, a valutare l’opportunità di modifiche statutarie, che rendano deliberativo il loro voto in seno al Consiglio Nazionale e che, di conseguenza, ripensino i criteri con cui sono state individuate il numero e le candidature dei consiglieri nazionali.

Per favorire e diffondere maggiori competenze specifiche devono essere valorizzati gli “Osservatori” nazionali, che finora hanno solo in parte raggiunto l’obiettivo per il quale sono stati creati.  La selezione dei temi da affrontare, la scelta dei rappresentanti da collegare strettamente al Consiglio Nazionale, l’indicazione di opportune risorse sono decisive per rendere più agevole e più proficuo il ruolo degli Osservatori e di conseguenza più meditato, autorevole e tempestivo il contributo del Movimento al dibattito culturale che si sviluppa nei diversi ambiti.

Quale Socio fondatore, il MEIC intende sviluppare la collaborazione con Pax Romana, nella convinzione dell’importanza di camminare col mondo di oggi anche attraverso questa rete globale. Debitori dell’attenzione che l’associazione internazionale degli intellettuali cattolici ha anche di recente dedicato al MEIC, si ritiene che il Movimento debba individuare un proprio rappresentante (meglio se in seno al Consiglio Nazionale) che abbia l’incarico di seguire i vari eventi internazionali, in stretta collaborazione con la Presidenza Nazionale. Il MEIC ritiene inoltre importante anche per i gruppi locali l’apertura e la partecipazione a dibattiti con gruppi di Pax Romana di altri paesi.

Sul piano della organizzazione che possa favorire una maggiore condivisione tra i vari gruppi MEIC, è opportuno proseguire l’esperienza degli incontri tra i Presidenti dei Gruppi con cadenza temporale adeguata come pure incentivare l’esperienza di confronto tra Gruppi MEIC operanti in regioni ecclesiali limitrofe.

Inoltre, visto che molti fecondi progetti del Movimento, sia a livello nazionale che locale, non hanno avuto la possibilità di essere adeguatamente sviluppati a causa di una scarsità di risorse, deve essere promossa la partecipazione a bandi di progetto locali, nazionali e europei;  se del caso, deve essere valutata la costituzione di nuove strutture giuridiche che ne consentano ed agevolino la partecipazione.